San Vincenzo Romano: il testimone dell’anno

Volesse Iddio che si osservassero le regole del Seminario, perché quelle sole basterebbero a fare un santo” andava ripetendo ai compagni di camerata il giovane seminarista Vincenzo. E, a ben guardare tutta la sua vita, possiamo tranquillamente affermare che effettivamente bastarono.

Domenico Vincenzo Michele Romano nasce a Torre del Greco, in provincia di Napoli, il 3 giugno 1751 e fu battezzato al fonte dell’antica chiesa parrocchiale di Santa Croce il giorno seguente e pur chiamandosi Domenico – così come annotato nei registri –, per un’antica devozione familiare a San Vincenzo Ferreri si propese per il secondo nome: Vincenzo.

La famiglia, composta da 8 membri complessivi, era guidata dalla madre Grazia Maria per tutto ciò che riguardasse l’economia domestica, mentre il padre Nicola era dedito alla coltivazione in proprio di un pezzo di terra in campagna. Da suo padre don Vincenzo prenderà la serietà e la laboriosità anche nelle piccole cose; dalla madre, invece una dolcezza profonda ma piena di riserbo, e queste sue qualità le si troveranno intrecciate lungo tutta la sua vita sacerdotale.

Sei anni dopo l’ingresso di Pietro, primogenito della famiglia Romano, nella Congregazione dei Padri Dottrinari, anche Vincenzo manifestò il desiderio di diventare sacerdote di Cristo al servizio dei fratelli.

Nonostante alcune difficoltà dovute alla situazione dell’epoca provenienti dall’allora Cardinale di Napoli Antonino Sersale – causa il numero elevato dei seminaristi torresi –nell’anno scolastico 1765-1766 Vincenzo riuscì ad entrare in seminario.

In seminario si guadagnò due soprannomi che ne descrivono sufficientemente l’indole già manifesta: “pecora stizzita” per la sua dolcezza insieme a un grande zelo per le cose del Signore; “scialone” invece per la fame che aveva di Gesù Eucaristia che lo portava a comunicarsi ogni giorno, cosa non comune all’epoca. Don Vincenzo possedeva la diligenza di un capitano e la coscienziosa bravura di un pilota che si avventura per mare. Chi lo incrociava era certo che sarebbe stato da lui sinceramente amato e da lui sollecitamente aiutato.

Il 10 giugno 1775 nella Basilica di Santa Restituta a Napoli, Vincenzo Romano fu consacrato sacerdote e, con rimpianto dei compagni e dei suoi superiori, si apprestava a lasciare il seminario per fare ritorno in famiglia, a Torre del Greco. Proprio nella parrocchia dove ricevette il battesimo, celebrò anche la prima Santa Messa assistito dal parroco don Gennaro Falanga. Una prima Santa Messa celebrata – come riportato dai presenti – con grande solennità, ma senza protagonismi e con una grandissima intensità, tanto da rimanere impressa a molti fedeli.

Nel suo ministero don Vincenzo si distinse per essere un celebre faticatore, un operaio instancabile e zelante. Aprì gratuitamente una scuola con varie classi, destinata sia ai laici che ai chierici e tale scuola divenne ben presto un semenzaio di ottimi sacerdoti e irreprensibili cittadini. Studio e pietà furono i pilastri del suo sistema educativo.

Nonostante ciò, da faticatore qual era, si dedicava tutto alla salvezza delle anime, facendosi soprattutto dispensatore della Parola.

Praticamente era occupato tutto il giorno nell’apostolato sacerdotale.

Don Vincenzo, infatti predicava regolarmente ai sacerdoti confratelli, teneva loro periodiche istruzioni, dormiva poche ore e spesso sulla nuda terra trascorrendo molte ore in preghiera. Spesso, sempre di notte, si dedicava all’assistenza dei moribondi, opera che tra tutte gli era più gradita.

In sintesi, trascorreva le sue giornate tra l’altare di Dio e il cuore del prossimo.

Ma ciò che oggi ci sorprende è il fatto che don Vincenzo si fece iniziatore di una pratica apostolica nuova per Torre del Greco, ma nota alla Chiesa napoletana da lungo tempo: la “sciabica”.

Questo termine dialettale indica una particolare specie di rete da pesca a strascico.

In termini semplici, il parroco santo era solito fermarsi nei crocicchi principali del paese e chiamava i popolani intorno al suo crocefisso per esortarli con una piccola predica alla penitenza e alla preghiera. Parola e conversione erano un tutt’uno per lui.

Dopo solo 5 anni dalla temibile eruzione del Vesuvio che distrusse la città di Torre del Greco e quindi nel pieno della sua ricostruzione, don Vincenzo fu nominato parroco di Santa Croce, era il 1799.

Furono 32 anni di intenso ministero fermato solo dalla sua morte avvenuta il 28 dicembre del 1831 nella sua casa di via Piscopia. Oltre a partecipare in maniera attiva alla ricostruzione della città e del suo Tempio, più bello e splendente di quello precedente, fu un parroco zelante e operoso, vicino agli ultimi e in special modo ai suoi amati marittimi. Ciò che però colpisce di più fu la sua umiltà, mai considerò il parrocato alla stregua di una onorificenza oppure come se fosse un merito ascrivibile alla sua bravura.

Famosi sono i suoi pensieri che ispirarono tutto il suo parrocato: “Signore, niente io posso, niente io so, niente io sono, la cura è vostra, come San Pietro, io mi getto in questo mare…O Gesù, io sono l’asinello sotto di voi, voi guidatemi, voi tiratemi, voi regolatemi”.

Tutto ciò che restava della sua vita fu una galoppata affannosa e qualcuno potrebbe pensare che le sue preoccupazioni fossero davvero eccessive, ma lui santo, voleva tutti santi.

Lui, fiaccola sempre accesa per illuminare e ardere, diceva: “Il sacerdote è una torcia che si deve consumare per Gesù Cristo”.

E così fu.

Beatificato da Paolo VI il 17 novembre 1963 durante il Concilio Vaticano II, è stato canonizzato il 14 ottobre 2018 da Papa Francesco, unitamente a Paolo VI, che lo  aveva presentato come esempio per i parroci italiani.